
We have lost one of the last true icons of fashion, a figure from a time when culture was transmitted through grace, colour and restraint, and when beauty was not a by-product of industry but its very raison d’être. With the passing of Valentino Garavani on 19 January at the age of 93, an era quietly closes, not with rupture or noise, but with the measured dignity that defined his life and work.
Rome understood the significance of that loss instinctively. In the white rooms of the PM23 Foundation in Piazza Mignanelli, the city received its couturier as one might receive a patrician sovereign. Pale roses and lilies, a light wooden coffin, silence broken only by presence. Nothing excessive, nothing theatrical. Everything precise. Everything, unmistakably, Valentino. Valentino did not simply dress women; he elevated them into symbols. His genius lay in control, of line, proportion, and gesture, and in his ability to render opulence calm. Each garment was governed by discipline so severe it bordered on ethics. Spontaneity, when it appeared, was carefully engineered. Couture, for him, was not indulgence but order.
Yet his importance extends far beyond aesthetics. At a moment when Italian fashion lacked global authority, Valentino helped build it into a coherent system. Alongside figures such as Armani, Versace and Ferré, he proved that Italy could rival Paris without mimicry. If French couture represented tradition, Valentino articulated vision. He placed Rome firmly on the international fashion map, transforming it from an eternal backdrop into a creative capital. Via Condotti, Palazzo Pitti, the ateliers — these became sites of cultural legitimacy, where craftsmanship was elevated to philosophy.
And then there was red. Not merely a colour, but a declaration. Valentino red spoke of power, presence and permanence. A woman in red did not request attention; she commanded it. Within that shade lived Rome and Paris, opera and society, memory and ambition. It embodied his unshakeable belief that beauty could, and should, defy time.
Valentino never treated death, fame or love as spectacle. He guarded intimacy with the same rigour he applied to cut and seam. “I love beauty, it’s not my fault,” he once said — not as irony, but as creed. Giancarlo Giammetti captured it best: “Beauty creates culture.” That is Valentino’s enduring legacy.
With his passing, an era closes. He was the last emperor of a vision of fashion as liturgy: slow, exacting, reverent. What remains is not only collections or a legendary colour, but a demanding idea of beauty — one that does not soothe, but instructs. And for that very reason, it does not die.
Abbiamo perso una delle ultime vere icone della moda, una figura appartenente a un tempo in cui la cultura si trasmetteva attraverso grazia, colore e misura, e in cui la bellezza non era un sottoprodotto dell’industria, ma la sua stessa raison d’être. Con la scomparsa di Valentino Garavani, il 19 gennaio all’età di 93 anni, un’epoca si chiude in silenzio non con rotture o clamori, ma con quella dignità misurata che ha definito la sua vita e il suo lavoro.
Roma ha compreso istintivamente la portata di questa perdita. Nelle sale bianche della Fondazione PM23 in Piazza Mignanelli, la città ha accolto il suo couturier come si accoglie un sovrano patrizio. Rose pallide e gigli, una bara di legno chiaro, un silenzio interrotto solo dalla presenza. Nulla di eccessivo, nulla di teatrale. Tutto preciso. Tutto, inconfondibilmente, Valentino. Valentino non vestiva semplicemente le donne; le elevava a simboli. Il suo genio risiedeva nel controllo della linea, delle proporzioni, del gesto e nella capacità di rendere la sontuosità calma. Ogni capo era governato da una disciplina così severa da sfiorare l’etica. La spontaneità, quando appariva, era accuratamente progettata. La couture, per lui, non era indulgenza, ma ordine.
Eppure la sua importanza va ben oltre l’estetica. In un momento in cui la moda italiana mancava di autorità globale, Valentino contribuì a costruirla come sistema coerente. Accanto a figure come Armani, Versace e Ferré, dimostrò che l’Italia poteva rivaleggiare con Parigi senza imitazione. Se l’haute couture francese rappresentava la tradizione, Valentino articolò una visione. Collocò Roma saldamente sulla mappa internazionale della moda, trasformandola da sfondo eterno a capitale creativa. Via Condotti, Palazzo Pitti, gli atelier divennero luoghi di legittimità culturale, dove l’artigianato si elevava a filosofia.
E poi c’era il rosso. Non semplicemente un colore, ma una dichiarazione. Il rosso Valentino parlava di potere, presenza e permanenza. Una donna in rosso non chiedeva attenzione; la imponeva. In quella tonalità vivevano Roma e Parigi, l’opera e la società, la memoria e l’ambizione. Incarnava la sua incrollabile convinzione che la bellezza potesse e dovesse sfidare il tempo.
Valentino non ha mai trattato la morte, la fama o l’amore come spettacolo. Custodiva l’intimità con lo stesso rigore che applicava al taglio e alla cucitura. «Amo la bellezza, non è colpa mia», disse una volta, non con ironia, ma come un credo. Giancarlo Giammetti lo ha espresso al meglio: «La bellezza crea cultura». Questa è l’eredità duratura di Valentino.
Con la sua scomparsa, un’epoca si chiude. È stato l’ultimo imperatore di una visione della moda come liturgia: lenta, esigente, reverente. Ciò che resta non sono soltanto collezioni o un colore leggendario, ma un’idea rigorosa di bellezza, una bellezza che non consola, ma istruisce. Ed è proprio per questo che non muore.