
If 2026 has a mood, it’s rebirth, with restraint. No fireworks, no grand apologies, just careful re-entry. In Italy, second acts don’t arrive with declarations. They arrive quietly, watched closely, judged patiently.
Chiara Ferragni knows this well. Only a year ago, Pandoragate turned her from national success story into a cultural problem. Accusations, unfortunate sponsorships, reputational free fall. In many countries, the script would be short: apology, rebrand, comeback. In Italy, the process is slower. We don’t cancel fast, but we don’t forgive quickly either. We observe. We wait. Then, maybe, we allow a return.
This dynamic isn’t limited to influencers. It’s cultural. And it plays out just as clearly in art and fashion.
In Marostica, events like Xaudade, born to honour illustrator Elena Xausa, have evolved into something broader: a collective ritual of remembrance, but also of release. What began as tribute has become a space where absence is transformed into renewed attention. A reminder that recognition often arrives once risk is gone.
The same mechanism applies to figures like Alberta Ferretti. Never ignored, always respected, yet only recently fully understood. For years, her work was softened by labels: femininity, delicacy, elegance. Pleasant words that dulled the radical nature of her vision. Only after stepping back did the narrative shift. Ferretti is now recognised as a pioneer of ethical fashion, a designer who proposed coherence over spectacle long before it became fashionable. First respected, then understood.
We’ve seen it before. Kate Moss collapsed publicly in the early 2000s, sex, drugs, and tabloid theatre, only to return slowly, almost stubbornly, as an icon once again. Not redeemed by explanations, but by endurance. Interestingly, many fallen icons share the same visual shorthand. Blonde. Coincidence? Probably. But culture loves symbols. Italy struggles with living figures. We are excellent archivists, less capable caretakers of the present. We prefer our artists framed by exhibitions, retrospectives, or nostalgia. Living people ask too much: space, trust, the right to fail.
Meanwhile, local artists across the country are experiencing quieter rebirths. No headlines. Just continuity. A new project, a second chance, a return carried by word of mouth rather than hype.
Perhaps 2026 isn’t about forgiveness. It’s about timing. About learning that rebirth doesn’t weaken culture, it’s the only thing that keeps it alive.
Se il 2026 avesse un umore, sarebbe la rinascita, con misura. Niente fuochi d’artificio, niente grandi scuse, solo un rientro cauto. In Italia i secondi atti non arrivano con dichiarazioni solenni. Arrivano in silenzio, osservati con attenzione, giudicati con pazienza.
Chiara Ferragni lo sa bene. Solo un anno fa, il Pandoragate l’ha trasformata da storia di successo nazionale a problema culturale. Accuse, sponsorizzazioni infelici, caduta reputazionale. In molti Paesi il copione sarebbe breve: scuse, rebranding, ritorno. In Italia il processo è più lento. Non cancelliamo in fretta, ma non perdoniamo nemmeno facilmente. Osserviamo. Aspettiamo. Poi, forse, concediamo un ritorno.
Questa dinamica non riguarda solo gli influencer. È culturale. E si manifesta con la stessa chiarezza nell’arte e nella moda.
A Marostica, eventi come Xaudade, nati per onorare l’illustratrice Elena Xausa, si sono evoluti in qualcosa di più ampio: un rituale collettivo di memoria, ma anche di liberazione. Ciò che era iniziato come tributo è diventato uno spazio in cui l’assenza si trasforma in rinnovata attenzione. Un promemoria del fatto che il riconoscimento spesso arriva quando il rischio non c’è più.
Lo stesso meccanismo vale per figure come Alberta Ferretti. Mai ignorata, sempre rispettata, eppure solo di recente pienamente compresa. Per anni il suo lavoro è stato addolcito da etichette: femminilità, delicatezza, eleganza. Parole gradevoli che smussavano la natura radicale della sua visione. Solo dopo il passo indietro la narrazione è cambiata. Ferretti è oggi riconosciuta come pioniera della moda etica, una designer che ha proposto la coerenza al posto dello spettacolo molto prima che diventasse di moda. Prima rispettata, poi capita.
Lo abbiamo già visto. Kate Moss è crollata pubblicamente nei primi anni Duemila, sesso, droga e teatro da tabloid, per poi tornare lentamente, quasi ostinatamente, di nuovo icona. Non redenta da spiegazioni, ma dalla resistenza. Curiosamente, molte icone cadute condividono lo stesso codice visivo. Bionde. Coincidenza? Probabilmente. Ma la cultura ama i simboli.
L’Italia fa fatica con le figure viventi. Siamo archivisti eccellenti, custodi meno capaci del presente. Preferiamo i nostri artisti incorniciati da mostre, retrospettive o nostalgia. Le persone vive chiedono troppo: spazio, fiducia, il diritto di sbagliare.
Intanto, artisti locali in tutto il Paese stanno vivendo rinascite più silenziose. Niente titoli. Solo continuità. Un nuovo progetto, una seconda possibilità, un ritorno portato dal passaparola più che dall’hype.
Forse il 2026 non riguarda il perdono. Riguarda il tempo. L’imparare che la rinascita non indebolisce la cultura, è l’unica cosa che la mantiene viva.